Quando è davvero grande il dolore?

Quando fa davvero male dentro?

Quando il dolore stupisce e stordisce, spegne energia dentro e nell’orizzonte avanti

da sentire dentro come una poltiglia appiccicosa?

 

Io credo che il dolore più grande sia quello che ci portano le relazioni quando feriscono, quando il sentimento viene negato, disprezzato, accartocciato.

Quando non ci sentiamo riconosciuti nelle manifestazioni che portiamo o quando non ci viene riconosciuto l’affetto che credevamo fosse lì per noi.

Quando ci vengono strappati persone, situazioni, sentimenti che invece credevamo facessero parte della nostra vita.

 

Questo è un dolore che sta profondamente caratterizzando questo periodo storico che stiamo attraversando.

Un periodo disegnato da continue, insistenti separazioni determinate dalle circostanze stesse così come anche da chi le fa proprie e se ne fa diffusore.

 

Il fatto è che questo dolore che squarcia dentro si rispecchia nella mancanza o nella rinuncia all’empatia dall’altra parte.

Per qualche ragione, il più delle volte per qualche forma di paura, l’empatia viene vissuta, da chi se ne allontana, come pericolosa. Prendere contatto con la propria capacità di essere in connessione con le altre persone, di condividerne sentimenti ed emozioni, possa essere pericoloso , possa portare danno, possa portare inconvenienti.

Così che il dolore altrui non possa ferire, così che si possa non sentirsi responsabili.

“Io speriamo che me la cavo”

in fondo è questa la logica che governa il pensiero quando ci si allontana dalla umanità propria e altrui.

Perché tutte le cose dolorose tra le persone, se gestite insieme, se condivise, se elaborate nel reciproco rispetto, fannno meno male.

Anche la morte, la grande separazione fisica, anche il senso di ingiustizia, la mancanza di riconoscimento…tutto con una buona comunicazione e sopratutto disponibilità a comunicare si può affrontare riducendo moltissimo il dolore.

Il dolore diventa grande quando vissuto in solitudine senza possibiltà di condividerlo, di confrontarlo, di sviscerarlo, di raccontarlo.

Il dolore diventa grande quando viene trattenuto dentro chiudendo porte e finestre interiori che invece, se aperte, avrebbero potuto far respirare, diluire, compensare.

Il dolore diventa grande quando genera frattura dentro e fuori.

D’altra parte l’Amore nelle diverse forme in cui questo tipo di energia si manifesta, è la colla che tiene insieme la vita, è il legante che permette alla struttura di mantenere la sua forma, è il principio e la fine e quello che c’è in mezzo.

Quando non gli viene permesso di moltiplicarsi, nei mille rivoli nei quali si può riversare, viene negata la Vita stessa.

E il dolore non può che essere grande, molto grande, il più grande.

Perché in realtà ci costringe a separarci da noi stessi, dalla nostra natura, dall’istinto spontaneo di essere partecipi , empatici, connessi con gli altri, con la vita nelle sue manifestazioni e sopratutto con chi sentiamo di condividere qualcosa di intimo.

Che fare dunque quando ci si misura con questa situazione?

Non abbiamo modo di intervenire sulle scelte degli altri, non siamo noi che possiamo richiedere o imporre cambiamenti alla strada che anche, ma in effetti non solo, le persone a noi care possono scegliere di percorrere pur strappandoci gli affetti.

È doloroso non poter portare la cura là dove ci sentiamo chiamati.

E’ forse una rinuncia?

O è forse una occasione per tornare presso noi stessi e nutrire, accudire, apprezzare la capacità di amare, di generare energia empatica che ci caratterizza?

La bellezza è negli occhi di guarda e l’amore è nel cuore di chi lo vive.

E’ arrivato questo tempo, un tempo che chiede ad ognuno di farsi carico di sé, di raccogliere tutto quello che c’è da portare trasformandolo in capacità di autodeterminazione.

E sarà una nuova forma d’Amore Più Grande che ci inonderà.