Potrebbe suonare come una domanda retorica: d’altronde quando mangiamo ci stiamo nutrendo, no?

In realtà non è così, e capita più frequentemente di quanto crediamo.

Lo stomaco è pieno, ma il nostro organismo non dispone comunque delle sostanze nutritive necessarie a svolgere al meglio le sue funzioni.
Proprio quelle funzioni fondamentali di sostentamento, che dovrebbero fare del nostro viaggio sul pianeta la migliore esperienza possibile.

Talvolta ciò che ingeriamo è così complesso da richiedere un tale apporto di energia per la digestione, da risultare in netto deficit con l’energia che avremmo dovuto ricavarne.

Potrebbe anche darsi che invece di nutrirci ci stiamo addirittura intossicando.
Ci acidifichiamo: arriviamo inconsapevolmente a creare terreno fertile per azioni distruttive nei confronti del nostro sistema vitale, che nasce alcalino.

 

Nutrirsi, per la maggior parte di noi, è ormai diventato un atto sbrigativo. Un atto volto soprattutto a colmare un senso di vuoto allo stomaco, cercando di tacitare un diffuso e variegato senso di insoddisfazione misto a disagio che sentiamo dentro.

Consapevolezza

Studi recenti dimostrano la stretta connessione tra intestino e cervello.

Viene sottolineato come intestino e cervello subiscano l’uno l’influenza dell’altro, una comunicazione resa possibile tramite lo scambio diretto e velocissimo di informazioni che avviene tra le cellule enteroendocrine ed i neuroni del nervo vago.
È appurato che intestino e cervello dialogano tra loro, intavolano discussioni a proposito della maniera in cui li trattiamo.
A noi non resta che prenderne atto, e correre ai ripari: mangiare in modo consapevole è quindi un’esigenza da mettere tra le priorità, una di quelle con cui non è possibile andare alla ricerca di compromessi.

Come fare?

Conosco persone che sul telefono hanno una funzione per la quale ogni due ore il suono di una campana tibetana li richiama all’attenzione. Tale accortezza ricorda loro di mettere in pausa il mondo per un istante, per tornare in contatto con le proprie emozioni.
Un momento in cui tramite il respiro è possibile connettersi in maniera consapevole al corpo.

Ogni volta che agisce in noi l’impulso di ingerire qualcosa, o che ci stiamo organizzando per il pasto, traiamo spunto da questa tecnica di ritorno al sé.
Prendiamoci il tempo di ascoltare ciò di cui abbiamo veramente bisogno!

Tornare a sé stessi è una sensazione piacevole, saporita e gustosa. È un nostro diritto.
Il diritto di ritrovare il piacere di dedicarci ad azioni semplici, di cui ci eravamo dimenticati di poter trarre profonda soddisfazione e gratificazione.

Primi passi

I primi passi da fare in questa direzione consistono proprio nel porsi alcune domande:

  • Quanto è vitale il cibo che ingerisco?

Attenzione! Più un cibo è lavorato e cotto ad alte temperature e più ha perso il suo contenuto nutritivo, acquisendo scorie che invece il corpo dovrà smaltire in un secondo momento.

È fondamentale assicurarsi che una parte del proprio pasto sia composta da almeno un elemento il più fresco possibile!

  • Quanto è variegato questo cibo?

Abbiamo bisogno di mangiare in modo colorato e diversificato, poiché il corpo richiede quanti più apporti possibili.

Troppo spesso, magari in modo inconsapevole, stiamo in realtà mangiando lo stesso prodotto. Per lo più si tratta di farina bianca, che può presentarsi a noi sotto forme diverse… Ma alla fine sempre di farina bianca si tratta!

  • Quanto sono stagionali e locali la frutta e la verdura che assumiamo?

La natura è guidata dalle proprie insindacabili ragioni: fornisce certi prodotti in determinate stagioni, in località specifiche.
Ciò significa che tali elementi rappresentano ciò che è meglio per noi, per quel tempo ed in quel luogo.

  •  Qual è il cibo che mi fa stare meglio?

Il senso di benessere che ci regala il cibo deve essere diffuso, non solo momentaneo né relativo al mero appagamento delle papille gustative.
Se in seguito ci sentiamo appesantiti, assonnati o ancora affamati vuol dire che il cibo ingerito non è giusto per noi.

  • Di che umore siete dopo aver mangiato?

Quando mangio bene sono contenta e il mio umore migliora visibilmente.
Al contrario, quando quel che mangio non ha ritorni positivi sulla mia salute immediata, sento il nervosismo che mi pervade: il disappunto di non aver colto un’importante opportunità di benessere.

Quindi

Quando cominciamo ad illuminare lo spazio intorno a noi ed alle nostre azioni, attiviamo anche una diversa attenzione nei confronti di pensieri e gesti.
Ad un certo punto succede che vediamo possibilità diverse, “altre”, che si avvicinano di più alla percezione di noi che abbiamo attivato.

 

Non esiste l’avversità altrui, non esistono situazioni impossibili né costrizioni dalle quali non ci si possa liberare. Esiste solo cominciare a pensare diversa”mente”.

I peggiori nemici?

L’abitudine, ciò che diamo per scontato; la pigrizia di lasciare una strada tanto vecchia quanto sicura, l’autocritica che operiamo impietosamente nei nostri confronti.

Impariamo l’indulgenza verso noi stessi, pratichiamola giorno dopo giorno con la rinnovata consapevolezza di star nutrendo un bellissimo giardino.
Cresciamo, con le radici ben piantate al suolo, e la testa libera di fluttuare nell’aria: uniti in uno splendido e dinamico tutt’uno.
Coltiviamo ciò che siamo.
Scegliamo sempre di essere.

 

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